Si è aperto davanti al tribunale speciale della base americana di Guantanamo il processo ai cinque presunti terroristi sospettati di avere organizzato gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Tra gli imputati spicca il nome di Khalid Sheikh Mohammed, catturato in Pakistan nel marzo 2007 e considerato il numero tre di Al Qaeda.
L’accusa è di terrorismo e strage di civili, reati per i quali è stata richiesta la pena di morte per tutti e cinque gli imputati: Ramzi Binalshibh, Mustafa Ahmad al-Hawsawi, il nipote di Mohammed, Ali Ban al-Aziz Ali, conosciuto anche come Amar al-Balochi, e Walled bin Attach.
Il Pentagono tramite il generale di brigata Thomas Hartmann, consigliere legale della Difesa Usa, ha fatto sapere che considera una priorità fondamentale garantire un processo giusto e trasparente. Ma il fatto che avvocati e giudici appartengano tutti all’apparato militare statunitense, non lascia molti margini.
Il processo vero e proprio intanto è stato indetto per il 15 settembre prossimo, probabilmente una data più confacente alle intenzioni retoriche e patemiche con le quali Washington sembra voler caricare l’evento.
Davanti alla commissione militare hanno assistito al dibattimento circa una cinquantina di giornalisti e osservatori. Rimarrà però a discrezione del giudice, l’opportunità di disattivare l’audio dell’udienza nella sala stampa al fine di secretare testimonianze o prove che secondo i responsabili militari potrebbero pregiudicare la sicurezza nazionale.
Nel caso in cui i cinque imputati venissero riconosciuti innocenti, il loro destino non cambierebbe. Infatti è previsto che rimangano ugualmente incarcerati nella tanto discussa base militare di Guantanamo in quanto considerati “nemici combattenti”.
Novità degli ultimi giorni è il proclama con il quale Khaled Sheikh Mohammed, il presunto cervello degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti ha invocato per sè la pena di morte: “E’ questo che voglio, da tanto tempo desidero essere un martire” avrebbe dichiarato nel corso dell’udienza preliminare. Allo stesso tempo il pakistano ha deciso di rifiutare la difesa giudiziaria affidatagli dall’esercito americano, operazione ripetuta anche dagli altri quattro imputati, che a loro volta si sono detti pronti al martirio.

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