di Peter Dale Scott - Global research

L’inimmaginabile – che elementi appartenenti allo Stato cospirassero insieme a dei criminali per uccidere civili innocenti – è divenuto non solo immaginabile, ma anche un luogo comune nell’ultimo secolo. Un esempio significativo è stata l’Algeria francese, dove elementi dissidenti delle forze armate francesi, opponendosi ai piani del generale De Gaulle per l’indipendenza algerina, si sono organizzati nella Organizzazione Segreta dell’Esercito ed hanno attaccato indiscriminatamente i civili, prendendo a bersaglio anche scuole ed ospedali1. Alcuni oppositori come Alexander Litvinenko, che è stato poi ucciso a Londra nel novembre 2006, hanno sostenuto che gli attentati del 1999 contro edifici residenziali intorno a Mosca, attribuiti ai separatisti ceceni, in realtà sono stati opera del servizio segreto russo (FSB)2.

I “piegacucchiai” e la guerra mentale

≡ Categoria: Articoli 25 Luglio 2008

di Pino Cabras

La parola agli esperti. Un documentario statunitense sull’11/9, One Nation Under Siege, per valutare l’attacco al Pentagono dà spazio ai dubbi di un vecchio ufficiale, il generale a due stelle Albert Stubblebine III, il quale dichiara che non può essere stato un Boeing 757 a colpire il Dipartimento della Difesa.
La dichiarazione proviene da una fonte di un certo peso. In piena guerra fredda, in anni di massima tensione USA-URSS, Stubblebine comandava una delle più delicate articolazioni dell’intelligence militare americana. L’organizzazione da lui comandata si chiamava (e si chiama tuttora) United States Army Intelligence and Security Command (INSCOM). Vi sono inquadrate decine di migliaia di unità con elevata specializzazione.

di Pino Cabras

Diversi mitografi che fanno l’apologia delle versioni ufficiali sull’11 settembre adottano spesso una tattica: spostare l’attenzione dal tema. Secondo questo schema, mettere in discussione la versione ufficiale è qualcosa che «manca di rispetto per le vittime e le loro famiglie».
La realtà, tuttavia, è un’altra. Circa
metà dei familiari delle vittime ritiene che l’11 settembre abbia avuto complicità ad alto livello negli apparati statali.
Molti
parenti e amici delle vittime non si limitano a sostenere la ricerca della verità sull’11/9, ma chiedono a gran voce una nuova inchiesta, come fa – fra gli altri – Bob McIlvaine, una delle voci più toccanti che abbiamo conosciuto anche in Italia grazie al film Zero. Non è affatto una voce nel deserto.

Le stesse “vedove dell’11 settembre” che si batterono per la creazione della Commissione d’inchiesta, dopo i suoi scarsi risultati e dopo i depistaggi che hanno appurato, stanno ora chiedendo una nuova indagine.

Altre voci esprimono dubbi e domande radicali. Lo fanno con un’autorevolezza naturale, che viene dalla loro storia personale valorosa e dai segni che portano nel corpo. Sono i pompieri e i soccorritori che avevano lavorato instancabilmente per salvare vite umane in mezzo alle nubi tossiche. Parliamo di veri e propri eroi, oggi colpiti dalla malattia per ciò che respirarono in quel giorno infausto. Proprio loro, queste vite predestinate a una sorte segnata da inesorabili patologie, sostengono che fu una demolizione controllata a buttare giù le Torri Gemelle e reclamano un’indagine che non sia una farsa.

Possiamo portare documenti, testimonianze, contatti, video. Ma ci sarà comunque ancora qualcuno che continuerà a ripeterlo: indagare sull’11 settembre è irriguardoso nei confronti delle vittime.
Ponendoci all’ascolto dei familiari dei caduti, dovremo pazientemente spiegare che è vero il contrario.
Accontentarsi delle versioni ufficiali: questo sì, sarebbe veramente irrispettoso di chi morì quel giorno e di chi lo piange da allora.

La posizione di chi reclama questa verità è molto scomoda, specie per chi ha avuto una visione dei fatti personale e diretta. I “muri di gomma” esistono.

di Pino Cabras

Un Boeing 767 non era alla sua portata. Lo ha detto l’istruttore di volo di Mohamed Atta, uno spagnolo che lo conobbe e seguì per mesi e mesi.
C’è tutta una pista spagnola per le inchieste dell’11 settembre, quasi sconosciuta fuori dal suolo iberico, ma ricca di dettagli meritevoli di riflessioni.

Sappiamo che la biografia di Mohamed Atta, il presunto dirottatore e pilota suicida di al-Qā’ida, ha avuto ramificazioni e ubiquità incongruenti, prodigiose “bilocazioni” in stile Padre Pio, che però era un santo, mentre Atta è il demonio per eccellenza. Dopo Osāma bin Lāden, sia chiaro. Una di queste vite parallele ha portato Atta in Spagna.

La giornalista Pilar Urbano, editorialista di «El Mundo», vicina politicamente a José Maria Aznar, nonché biografa ufficiale dei reali spagnoli e membro dell’Opus Dei, racconta il vissuto spagnolo di Atta in un libro, Jefe Atta, el secreto de la Casa Blanca (Janet & Plaza, 2003). La figura di Pilar Urbano, come si vede, è già una sorpresa. È quella di una personalità saldamente conservatrice, portata in più punti decisivi a non discostarsi dal paradigma della versione ufficiale. Ma è altresì il profilo di un’abile giornalista d’inchiesta, alla quale decenni di mestiere hanno insegnato un certo rispetto nei confronti della durezza dei fatti. E i fatti, nel corso dell’indagine, la portano fino alle domande più scomode, così che si trova a criticare le contraddizioni della versione ufficiale dell’11 settembre, tanto da investire con un radicale scetticismo i resoconti governativi sull’attentato al Pentagono. A ulteriore dimostrazione che i fatti dell’11 settembre non sono materia per contrapposizioni novecentesche destra-sinistra, bensì materia per analisi coraggiose in cui conta l’indipendenza di giudizio. E Pilar Urbano è una che tiene davvero la schiena dritta: quando nel 1981 gli spari dei militari golpisti risuonarono nell’aula del parlamento di Madrid, lei - allora giornalista parlamentare - fu una delle pochissime persone a rimanere coraggiosamente in piedi sfidando gli uomini di Tejero.

In un video esclusivo, Barry Jennings parla delle esplosioni nell’edificio numero 7 prima del crollo delle torri gemelle.

E’ stato diffuso per la prima volta un video esclusivo dell’addetto di pronto intervento Barry Jennings, che parla di esplosioni nel WTC 7 prima del collasso delle due torri e di come dovesse scavalcare i corpi di cadaveri mentre cercava di lasciare l’edificio.

di Giulietto Chiesa - La Stampa

Shyam Sunder, capo investigatore del “National Institute of Standars and Technology’s”, ha anticipato alla Bbc i risultati della ricerca effettuata dal suo gruppo di lavoro sul crollo della Torre N.7 . Gli studi avvalorerebbero la tesi del collasso causato dagli incendi interni all’edificio sede della Cia. Ma i dubbi restano. E non solo sulla Torre N.7 . 

Ci sono in questa storia troppi punti interrogativi per prendere per buone le anticipazioni (ma perchè queste così lacunose anticipazioni? Abbiamo aspettato sette anni, potevamo aspettare ancora qualche mese) fornite dal possiamo dire famigerato NIST (National Institute for Standard and Technologies) in merito alla “famosa” Torre N.7 del World Trade Center.

Torre che è diventata famosa non perché giornali e tv ne abbiano parlato molto, ma perché centinaia di migliaia di pagine web l’hanno analizzata in questi anni sotto ogni profilo possibile, mentre il mainstream, fedele alla versione ufficiale, non l’ha mai menzionata. Ora si dà il caso che la Torre N.7 – un edificio interamente in acciaio alto duecento metri, 47 piani - sia crollata il pomeriggio dell’11 settembre alle ore 17,21, senza essere mai stata colpita da nessun aereo.

E si dà il caso che le risultanze della Commissione d’inchiesta ufficiale del governo americano, il “9/11 Commission Report”, non ne contengano il minimo cenno nelle loro oltre 500 pagine. Forse perché in quell’edificio c’erano gli uffici del Secret Service, il servizio segreto più importante di tutti, quello che sorveglia la sicurezza del Presidente degli Stati Uniti, della CIA, e quelli del Pentagono, e della Direzione per l’Emergenza, proprio quella che avrebbe dovuto proteggere New York da un attacco terroristico.

di Pino Cabras

Era il 2006. Nello stanco mondo post 11 settembre c’era in giro poco entusiasmo per come l’Amministrazione USA si spendeva per la guerra. Un problema serio, per i fuochisti che volevano far carburare ancora i conflitti. Donald Rumsfeld, l’allora segretario della Difesa, una risposta ce l’aveva. Cosa si poteva fare? «La correzione per questo, suppongo, è un altro attacco.» Un bell’11 settembre nuovo di zecca.

Sappiamo con certezza che Rumsfeld pronunciò quella frase. Quando e dove la pronunciò?

Abbiamo già visto un’impressionante inchiesta di David Barstow sulle pagine di «The New York Times» del 20 aprile 2008 (Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand). Barstow raccontava con centinaia di riscontri la manipolazione dei mass-media organizzata dal Pentagono lungo il primo lustro di guerra in Iraq.

Decine di analisti militari che anelavano a sontuosi appalti per conto delle industrie belliche venivano catechizzati sulle cose da dire in TV: un’infinita sequela di bugie.