“Al Qaeda ad Obama: “Sei solo un negro filoisraeliano”. “Al Zawahiri minaccia e insulta Obama”. “Al Qaeda agli Usa: convertitevi e ritiratevi”. Aperture in prima pagina, primi titoli dei Tg. Titoli aggressivi, i linguaggi ostentati.
Nelle ultime settimane la stampa italiana, come ben descritto in un articolo di Paolo Maccioni su Megachip, si sta smarcando drasticamente dall’agenda informativa mondiale. Se in Italia si aprono telegiornali e prime pagine sulle dichiarazioni più o meno attendibili di terroristi e fondamentalisti islamici, risulta assai grottesco verificare sui più importanti quotidiani americani, dal «Washington Post», al «Wall Street Journal» fino al «New York Times», un totale o quasi disinteresse per le medesime questioni. I nostri media si prodigano in decine di editoriali, approfondimenti e riesumazioni degli episodi più sensazionali dell’11 Settembre. Oltreoceano, paradossalmente, concedono solo brevi, piccoli flash, al massimo articoli di spalla ad eventi correlati all’inasprimento del conflitto in Afghanistan, alla difficile normalizzazione dell’Iraq e ancora alle tensioni con l’Iran.
L’aria è cambiata, ma in Italia in pochi sembrano essersene accorti. I tempi del neo-teo-conservatorismo estremo del duetto George W. Bush – Dick Cheney volgono a essere solo un brutto ricordo. L’elezione di un democratico del valore di Barack Obama non rappresenterà certo una svolta epocale nella conduzione della politica estera americana, ma il primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America appare particolarmente cosciente che oggi la minaccia più grande per il suo paese non arriva dagli uomini di Al Qaeda ma più propriamente dall’interno, ed ha un volto e un nome preciso: è la crisi economica.
Maccioni ha additato opportunamente la motivazione originale delle scelte editoriali della stampa italiana nel sensazionalismo, nel tentativo di alzare il tiro e con esso l’audience e le vendite. Senz’altro.
Ma c’è qualcosa in più.
Da un lato sui media italiani pesa il complessivo condizionamento a stelle e strisce dell’agenda setting, una condizione di mera dipendenza politica figlia in primis del ruolo subalterno di un paese libero a metà.
Dall’altro la messa in moto di una raffinata macchina fatta di giornalisti, opinion maker, presentatori televisivi e scrittori votati esclusivamente a rinfocolare lo scontro di civiltà. Un meccanismo che difficilmente raggiunge l’autocoscienza completa, difficilmente comprende quando e come fermarsi. Specialmente in un paese di burattinai come l’Italia, dove un ex ministro della Repubblica come Maurizio Gasparri si permette di dichiarare impudicamente che “l’elezione di Obama renderà felice Al Qaeda”. Come possiamo anche solo ipotizzare che un Massimo Teodori, un Ernesto Galli della Loggia o ancora un Angelo Panebianco, personaggio capace di difendere a spada tratta in prima pagina sul Corsera l’impiego della tortura, possano rendersi conto realmente che è venuta l’ora di mantere basso il profilo? In America la situazione resta comunque molto più semplice e chiara. Come dimostrato da una straordinaria inchiesta apparsa sul «New York Times», se servono sostenitori della guerra, della tortura, delle armi biologiche o nucleari, il Pentagono arruola ex ufficiali in pensione trasformandoli in politologi indipendenti estremamente funzionali per la Tv di massa. In Italia immaginiamo non sia molto differente, ma un fatto è certo: si tratta di gente meno sveglia


Un libro collettivo con interventi di Giulietto Chiesa, Gore Vidal, Franco Cardini e Marina Montesano, Gianni Vattimo, Claudio Fracassi, Juergen Helsasser, Michel Chossudovsky, David Ray Griffin Griffin, Thierry Meyssan, Andreas von Bulow, Steven Jones, Enzo Modugno, Lidia Ravera, Webster Tarpley e Barry Zwicker.


