di Pino Cabras

Diversi mitografi che fanno l’apologia delle versioni ufficiali sull’11 settembre adottano spesso una tattica: spostare l’attenzione dal tema. Secondo questo schema, mettere in discussione la versione ufficiale è qualcosa che «manca di rispetto per le vittime e le loro famiglie».
La realtà, tuttavia, è un’altra. Circa
metà dei familiari delle vittime ritiene che l’11 settembre abbia avuto complicità ad alto livello negli apparati statali.
Molti
parenti e amici delle vittime non si limitano a sostenere la ricerca della verità sull’11/9, ma chiedono a gran voce una nuova inchiesta, come fa – fra gli altri – Bob McIlvaine, una delle voci più toccanti che abbiamo conosciuto anche in Italia grazie al film Zero. Non è affatto una voce nel deserto.

Le stesse “vedove dell’11 settembre” che si batterono per la creazione della Commissione d’inchiesta, dopo i suoi scarsi risultati e dopo i depistaggi che hanno appurato, stanno ora chiedendo una nuova indagine.

Altre voci esprimono dubbi e domande radicali. Lo fanno con un’autorevolezza naturale, che viene dalla loro storia personale valorosa e dai segni che portano nel corpo. Sono i pompieri e i soccorritori che avevano lavorato instancabilmente per salvare vite umane in mezzo alle nubi tossiche. Parliamo di veri e propri eroi, oggi colpiti dalla malattia per ciò che respirarono in quel giorno infausto. Proprio loro, queste vite predestinate a una sorte segnata da inesorabili patologie, sostengono che fu una demolizione controllata a buttare giù le Torri Gemelle e reclamano un’indagine che non sia una farsa.

Possiamo portare documenti, testimonianze, contatti, video. Ma ci sarà comunque ancora qualcuno che continuerà a ripeterlo: indagare sull’11 settembre è irriguardoso nei confronti delle vittime.
Ponendoci all’ascolto dei familiari dei caduti, dovremo pazientemente spiegare che è vero il contrario.
Accontentarsi delle versioni ufficiali: questo sì, sarebbe veramente irrispettoso di chi morì quel giorno e di chi lo piange da allora.

La posizione di chi reclama questa verità è molto scomoda, specie per chi ha avuto una visione dei fatti personale e diretta. I “muri di gomma” esistono.

Il maggiore Mike McCormack, ad esempio, è uno degli eroi di Ground Zero, nonché uno degli individui interessati a far divulgare i documenti che hanno provato il depistaggio governativo che ha deliberatamente messo a rischio poliziotti, vigili del fuoco e soccorritori (quando l’aria venne dichiarata «sicura e respirabile»). Il 12 settembre 2006, per fermarlo e perquisirlo sono state mobilitate anche le teste di cuoio della polizia. Come è ovvio, McCormack ha percepito il tutto come una potente opera di intimidazione. Le sue prese di posizione non sono uno scherzo. Sull’11 settembre ha rivelato cose di una certa pesantezza: «molti pompieri mi andavano dicendo che sentirono numerose esplosioni secondarie per tutto l’edificio – questi ragazzi sono professionisti con grande esperienza – molti hanno una formazione militare e non sono sciocchi.»
McCormack ha sostenuto che circa tre quarti dei poliziotti, dei pompieri e dei soccorritori con cui ha parlato personalmente credono ora che sull’11/9 ci sia un insabbiamento e ha rivelato che molti sono stati minacciati che «se aprono bocca possono dire addio alla loro pensione.»

Nonostante questo clima, a dispetto del “rumore di sciabole”, delle intimidazioni, delle inevitabili paure, gli interessati vanno avanti.
Plaza de Mayo, in un altro emisfero, dovrebbe averci insegnato che c’è chi non si arrende mai.