di Enzo Modugno - Chi rifornisce di armi gli insorti iracheni? Anche nel triangolo sunnita, cento chilometri di lato, da quasi cinque anni centinaia di migliaia di marines e contractors non riescono a impedire questi rifornimenti. Anzi, secondo Bush, questa guerra durerà dieci anni come in Vietnam. Incapacità dei generali? Merito degli insurgents?

La satira ne dà un’altra versione. Nella striscia pubblicata in Italia su Linus, Garry B. Trudeau narra dell’arrivo negli Usa di uno sprovveduto terrorista iracheno - «siamo dei principianti, ci avete appena creato» - che deve compiere un attentato e chiede dove sia «il più vicino deposito di armi non sorvegliato». «Spiacente qui non è l’Iraq» gli risponde un ex-marine.
Infatti, secondo il Washington Post, al Pentagono non sanno più dove sia finita una partita di 110.000 fucili d’assalto Kalashnikov, 80.000 pistole, 135.000 giubbotti antiproiettile, consegnata tra il 2004 e il 2005 al governo iracheno.
E Le Monde diplomatique (settembre 2007) ha commentato: «Non è escluso che queste armi siano cadute nelle mani degli insorti e vengano utilizzate per attaccare i militari Usa».
Episodi come questo mostrano ancora una volta che, finita nel 1945 l’epoca delle guerre mondiali e iniziata quella della guerra permanente, è tramontata la pretesa di un’azione militare coerente. Infatti se una guerra ha continuo bisogno di nemici e non deve essere vinta perché deve durare, va oltre ogni logica militare, si contraddice in se stessa. E se per militarismo si intende una crescita abnorme dell’apparato bellico che oltrepassa gli scopi propriamente militari, questa guerra che oppone F35 a kalashnikov ne è un esempio notevole. Secondo lo storico militare inglese John Keegan si tratta di una guerra «misteriosa», cioè militarmente priva di senso.

Eppure questa guerra un senso ce l’ha. Se il vero è l’intero, il militarismo acquista significato se lo si considera come un momento nel fluire dell’economia capitalistica. Quel particolare settore che è l’economia militare infatti ha un ruolo decisivo nella produzione, nell’assicurare l’egemonia imperialista su petrolio, mercati e campi d’investimento, nel frenare le fasi recessive del ciclo: perché la tendenza permanente alla crisi economica viene contrastata col ricorso permanente all’economia di guerra, che deve essere giustificata con una minaccia permanente. Perciò la versione ufficiale scompone di continuo questa totalità complessa, ne spezza artificialmente il divenire: esibendo ossessivamente la minaccia esterna, mostrando cioè un solo momento separato, estrapolato dal procedere della società capitalistica, occulta la verità che la guerra non è altro che affari.
Eppure questa verità negata, a guardar bene, affiora di continuo nei messaggi che si rimandano i governanti. A chi pensa che i conflitti in corso danneggino l’economia e la supremazia degli Stati uniti, la repubblicana Condoleeza Rice risponde che «la guerra è sempre un buon investimento» e perciò verranno aumentate le spese militari. Ma la democratica Hillary Clinton rilancia e promette agli industriali commesse ancora maggiori «per un arsenale militare molto più ampio». Perfino Giorgio Napolitano rassicura Washington che anche noi abbiamo aumentato le spese militari e rifinanzieremo le missioni all’estero, amplieremo la base, assembleremo gli F35. Lo stretto legame tra l’andamento del Pil e la guerra permanente serve loro da ideologia, ne cementa gli interessi, rinsalda le gerarchie, sancisce la necessità sociale del militarismo, ne legittima le incongruenze, ne giustifica i massacri, confuta materialisticamente i profeti della prosperità senza commesse belliche. Sarà quindi essenziale - quando altri rimedi antirecessivi come il recente taglio dei tassi si riveleranno insufficienti - un’ulteriore intensificazione dell’economia di guerra.
Perciò non è concesso a nessuno governare un paese capitalistico e contemporaneamente opporsi alla guerra. Perché la gestione militare permanente del ciclo economico è ormai un’istituzione indispensabile per la sopravvivenza stessa del capitalismo. Ma questo modo perverso di tenere in piedi un’economia irrazionale sempre sull’orlo di crisi devastanti, incontra il rifiuto permanente di chi non rinuncia alla ragione.
Come la striscia di Linus, anche la metà dei cittadini Usa non crede alla versione ufficiale, e ha chiesto una nuova commissione che indaghi sull’11/9 e sull’andamento della guerra. È la «sindrome del complotto», prodotta da un movimento che dà fastidio all’amministrazione Usa quasi quanto trent’anni fa la «sindrome vietnamita». Tanto che l’amministrazione Bush, non potendo più ignorarlo, ha assoldato giornalisti specializzati, che negli Usa si chiamano debunkers, per combattere chi contesta la versione ufficiale. Attaccano con gli epiteti d’ordinanza «maniaci, mitomani, complottisti», già adoperati in Italia contro il film e il libro Zero. Ma nonostante l’offensiva mediatica questo movimento, che non rinuncia alle connessioni logiche e non manca di fiato intellettuale, continua tenacemente a crescere e a fornire prove contro le improbabili verità ufficiali.
Non rinuncia alla ragione anche il Forum Sociale Mondiale che ha proposto per il 26 gennaio un Global Day of Action contro la guerra, il liberismo, il razzismo, il patriarcato: rilanciato anche dal «Patto permanente contro la guerra» sarà in Italia un giorno di mobilitazione anche contro la scadenza di febbraio del rifinanziamento delle missioni militari, e contro l’ampliamento della base Usa di Vicenza. Un’action oggettivamente anticapitalista.

Il Manifesto, 26.01.07